RITORNARE

Dopo la mistica del partire, del mollare tutto e partire, mi trovo ad esaltare quella del ritornare.

È bello partire per il mare, ma è anche bello tornare sulla terraferma. Mai come quest'anno in cui ho rischiato grosso. La perdita improvvisa dell'organo di governo per eccellenza della barca, il timone, può portare alla sua perdita totale. Superare questa prova estrema e riuscire a riportare l'imbarcazione al suo porto di armamento, dopo tremila miglia e dopo cinque mesi, credo sia una bell'impresa.

In realtà niente di impossibile. È bastato affrontare giorno per giorno i problemi che si presentavano (molti, i più diversi ed imprevidibili).

Chi è rimasto a terra, sulla terraferma, avrà pure lui avuta una vita movimentata dai problemi quotidiani, terrestri. Comunque sono un privilegiato a poter staccare e mollare gli ormeggi, ogni anno per 5/6 mesi. Ogni anno parto con la filosofia da ultimo viaggio, come se fosse un azzardo, per le tante miglia da percorrere, per l'età e gli acciacchi da portare allo sbaraglio.

Credo sia anche la condanna del marinaio, diviso tra la smania di uscire in mare aperto per affrontale la tempesta e la spinta a rientrare, prima possibile, in un porto sicuro.

Dovrò in ogni caso aspettare ancora qualche anno per poter partire come recordman, come il più anziano a tentare il giro del mondo in solitario.

Sarà allora sí l'ultimo viaggio, magari senza ritorno.

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L'INQUINAMENTO MI HA VERAMENTE ROTTO...IL TIMONE

Le Sporadi si sono vendicate. Ho scritto, imprudentemente, che per me sono state una mezza delusione. Forse per questo una di loro, Spopelos, me l'ha fatta pagare. Ed a Skopelos ho preso il più grosso "skopelotto" della mia storia marinara, tanto che mi fatto gridare "Mamma mia". Ero proprio in prossimità della  chiesetta sullo scoglio in cui è stata fatta una ripresa del film omonimo che ha determinata la fortuna turistica delle Sporadi.

Un ammasso di ferraglia e di legnami sul mare mi ha sbarrato improvvisamente il passaggio e la pala del timone è andata in frantumi (tutta la vetroresina sbricciolata). Sono rientrato nel porto più vicino timonando con i resti di poliuretano rimasto adeso allo scheletro metallico del timone.

Per arrivare ad Atene, dove mi avrebbero ricostruito il timone definitivo (il quarto), ho provveduto prima in proprio, poi con l'aiuto di qualche carpentiere locale, a costruire, in successione, ben tre timoni di fortuna.

Il primo, autocostruito in tre giorni di lavoro subacqueo a Skiathos, era costituito di due lastre di plexigas imbullonate e fissate con lunghi cavi d'acciao. Non ha resistito alla prima robusta virata. Il secondo, costruito nottetempo  da un volenteroso carpentiere di Loutraki con una robusta lamiera d'acciaio, è stato prima saldato poi montato ed imbullonato in immersione sullo scheletro del timone. Ci ha permesso d'arrivare a Volos, il porto più vicino (a 40miglia) in cui si potesse alare la barca.

Qui il lavoro sulla pala del timone in acciao è stato completato e migliorato, con la barca in secca, da un altro carpentiere, secondo le indicazioni precise sulla sua sagoma e sue misure originarie, che nel frattempo m'ero fatto inviare  dal cantiere costruttore.

Ero talmente soddisfatto del lavoro, dopo il suo collaudo in mare, che comunicavo alla Società Assicuratrice di poter con questo timone arrivare fino a Trieste. Comunque ci ha fatto arrivare in sicurezza ad Atene passando all'interno dell'Isola di Eubea (230 miglia).

Ad Atene il perito dell'assicurazione e l'assicurazione stessa non hanno sentito ragioni, mi hanno impedito di proseguire e mi hanno costretto a provvedere immediatamente ed in loco alla ricostruzione definitiva del timone in vetroresina. Cosa che devo dire essere avvenuta con la massima tempestività (tre giorni).

Il mare ormai è veramente sporco tale rendere pericolosa la navigazione notturna, ma anche quella diurna soprattutto se costiera.

Comunque ora la mia imbarcazione ha un organo di governo dell'ultima generazione ed ha ripreso a percorrere a ritroso le mille e più miglia per tornare a casa.

Anzi la farò più lunga.

Rinunciando alla scorciatoia del Canale di Corinto, circumnavigherò il Peloponneso da sudest per sudovest. Sono ora in prossimità del primo dei tre ditoni del Peloponneso, il Capo Maleas che mandò alla deriva Ulisse per vent'anni.

Spero di non dover ripercorrere tutte le sue disgrazie...io ho gia avute le mie.

P.S.  E Capo Maleas ha colpito ancora. Passati indenni il Capo dei Capi ci fermiamo nella baia...caraibica di Elafonisos. Una sbirciatina sott'acqua per rimirare il nostro nuovo timone e mi accorgo che la pala si sta aprendo in due. L'Odissea del timone non è ancora finita.

Ritornano in forza le maestranze da Atene per rimediare al guaio (di costruzione)

Si riparte verso il secondo dito del Peloponneso, arriviamo finalmente a Porto Gaio. Allora: "Tristezza, per favore va via"

Una serata in barca, ci si racconta

"Caro toso, te gavessi anca la vocassion, ma prima di diventar prete devi risolvere un problema". "Quale Padre?". "Quello della femena".

Ed è cosí che sono stato bocciato. L'unico esame cui sia stato respinto è stato quello per farmi Prete Gesuita. M'ero preparato per otto lunghi anni di seminario. Nel momento cruciale in cui avrei preso i voti religiosi non mi han voluto, perchè, appunto, bocciato all' esame di vocazione .La motivazione espressa  dall'anziano Padre Gesuita che ha esaminato la bontà della mia vocazione è stata, espressamente, di non aver risolto il problema del mio rapporto con l'altro sesso. Rimandato nel mondo civile per affrontare questo problema insoluto (insolubile?), non mi sono più presentato dal saggio Gesuita per il riesame della mia vocazione...tuttora teoricamente pendente.

Quel saggio Gesuita però fu lui a presentarsi da me, molti anni dopo, nella mia veste di psichiatra. Mi confessava d'avere una seria malattia di mia competenza. Soffriva del cosiddetto "Delirio erotomanico" che , con le scene libidinose che immaginava, lo faceva sentire un fallito (parole sue) sia come uomo che come prete.  Quanto avrei voluto dirgli , tra il serio ed il faceto, "adesso sei tuo ad avere quel problema", ma soffriva troppo. Quale nemesi storica rispetto al problema relativo al rapporto con le donne che lui avrebbe visto in me, anni addietro!

Dopo essere stato, professionalmente, una specie di confessore laico, ora, in barca con gli amici velisti, mi trovo ad essere chi  "confessa" i propri problemi più intimi.

Potenza della vela e del suo mondo che permette ai suoi cultori una tale sconfinata confidenza. Per il mio lavoro sono stato addestrato ad ascoltare, ora in barca mi capita spesso, con i miei ospiti, di dover fare invece io l'intrattenitore sulle mie avventure veliche e non.

Con  malcelato compiacimento sulle mie esperienze di vita vissuta, non nascondo però i miei fallimenti.

Quello d'essere un prete mancato l'ho appena ricordato.

Mi considero fallito anche come velista, forse un velista vigliacco . Non sono riuscito  a coronare il sogno di ogni velista, quello del giro del mondo a vela: dopo aver attraversato l'atlantico, invece di proseguire sono tornato a casa "vigliaccamente" in aereo.

Ora mi trovo alle Sporadi da un mese, le agognate e sconosciute (fino a ieri per me) Sporadi Settentrionali.

Non sono le Cicladi, non sono le isole del Dodecanneso, non sono le Isole Ioniche.

Hanno una loro fisionomia, molto interessanti da un punto di vista naturalistico, ovunque verdeggianti, ma sono troppo contaminate dalla vicinanza con la Grecia continentale, l'Attica e la Tessaglia. Forse tempo fa erano ancora per fortuna trascurate dal grande turismo di massa. Ora purtroppo non più.

Le ricorderò soprattutto per le mille miglia che ho percorso per raggiungerle.

Ma la nostalgia per le Isole Cicladi rimane.

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PROSSIMA REGATA

Trofeo Bernetti - 1 Ottobre 2017

ORARI SEGRETERIA

lunedì 10.00 - 12.00
mercoledì 10.00 - 12.00
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ORARI SEDE

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martedì CHIUSO
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